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Tradizione della pizza al padellino a Torino: la variante che conquista anche i puristi

📅 14 Agosto 2026✍️ di Letizia Cervini⏱️ 6 min di lettura

A Torino la pizza al padellino non è una moda passeggera, ma una consuetudine cittadina che profuma di burro e di forni di quartiere. È un formato intimo, cotto in piccoli tegami unti, che regala un morso croccante sotto e soffice dentro. Da panificatrice cresciuta tra i vicini di un borgo umbro, amo quando la tecnica sposa il territorio: qui succede, e spiega perché sempre più puristi la accolgono senza riserve.

Che cos’è la pizza al padellino torinese?

La pizza al padellino è una pizza monoporzione cotta in piccoli tegami rotondi ben unti, con fondo croccante e mollica soffice. È alta, fragrante e generosa, diversa dalla ruota sottile: in teglia piccola sviluppa un equilibrio tra olio, calore e impasto. A Torino è conosciuta anche come “al tegamino” ed è parte della vita di quartiere.

La sua struttura nasce da una lievitazione dolce e da una seconda crescita direttamente nel padellino. L’olio sul fondo favorisce la frittura superficiale della base durante la cottura, creando quella crosticina ambrata che scricchiola al morso. Il risultato è una pizza che resta calda a lungo, perfetta per pause pranzo e serate in compagnia.

Qual è la differenza tra pizza al padellino e pizza napoletana?

La pizza al padellino è più alta e cotta in tegame unto; la napoletana è stesa a disco e cotta direttamente sulla pietra a temperature estreme. La prima punta su fondo croccante e mollica soffice, la seconda su cornicione alveolato e centro sottile. Cambiano impasti, gestione del calore e tempi.

Nella versione torinese l’idratazione è medio-alta e l’olio in cottura è determinante per la texture. La napoletana richiede forno a 430-480 °C e una cottura di 60-90 secondi, mentre il padellino lavora con temperature domestiche più accessibili (230-260 °C) per 12-18 minuti. Anche la farcitura cambia: sul padellino reggono bene formaggi filanti e verdure arrostite senza stressare troppo l’impasto.

Quali sono le origini della pizza al padellino a Torino?

La pizza al padellino nasce tra anni Cinquanta e Sessanta nelle osterie e panetterie torinesi, come risposta pratica ai piccoli forni elettrici e ai ritmi della città industriale. I tegamini consentivano porzioni rapide, ripetibili e saporite, ideali per operai e studenti. Con il tempo è diventata un simbolo pop di convivialità urbana.

Questa tradizione si è consolidata grazie alla manualità dei fornai di quartiere, capaci di adattare impasti e cotture alle attrezzature disponibili. Le pizzerie storiche l’hanno custodita, mentre una nuova generazione di locali l’ha rinnovata con farine selezionate e topping contemporanei, senza snaturarne l’identità.

Come si prepara l’impasto autentico per il padellino a casa?

Per un padellino autentico serve un impasto semplice, idratazione 65-70%, poco lievito e tempi lunghi. Si matura in frigo e poi si lascia rilassare prima di finire la lievitazione nel tegame unto. La cottura a 240-250 °C chiude il cerchio con fondo croccante e interno soffice.

Linee guida pratiche per 4 padellini da 20 cm: 500 g farina tipo 0 (o blend 0/1 con 10-11,5% proteine), 325-350 g acqua, 2 g lievito di birra secco (o 60-80 g di lievito madre attivo), 12 g sale, 15 g olio extravergine. Impastate finché liscio, riposo 20 minuti, pieghe leggere, quindi frigo 12-24 ore. Tornato a temperatura, porzionate, pirlate e lasciate rilassare 20-30 minuti.

Ungete bene i padellini, adagiate i panetti e stendete con i polpastrelli dal centro verso l’esterno, senza sgonfiare i bordi. Prima cottura “bianca” di 5-6 minuti se volete accentuare la croccantezza, poi salsa e formaggio e ancora 7-10 minuti. Con lievito madre si ottiene un profilo aromatico più complesso, in linea con la tradizione della Fermentazione.

Che padellino usare e come ottenere il fondo croccante?

Il padellino ideale è in alluminio anodizzato o ferro blu, 18-22 cm di diametro e spessore 2-3 mm. Va unto in modo uniforme e scaldato insieme al forno per massimizzare lo shock termico. Una piastra d’acciaio o una pietra refrattaria sotto la teglia aiuta a seccare il fondo.

Per il croc croc perfetto: 6-8 g di olio per tegame, distribuito con pennello o carta. Pre-riscaldate il forno al massimo consentito e posizionate il padellino nel terzo inferiore. Negli ultimi minuti, passaggio su griglia per asciugare l’umidità residua; se il forno lo permette, una fiammata di grill finale uniforma la doratura.

Quali condimenti rispettano la tradizione torinese?

I condimenti classici sono essenziali: pomodoro, fior di latte o mozzarella, olio buono e basilico. La tradizione locale suggerisce tocchi piemontesi come toma o tomino, peperoni arrostiti e acciuga per un’eco di bagna cauda. Verdure di stagione e salumi ben dosati mantengono l’equilibrio.

Tra gli accostamenti più amati: pomodoro e fior di latte con peperone di Carmagnola arrostito; bianca con toma, porri stufati e nocciole tostate; rossa con acciughe e aglio gentile. La regola d’oro è non sovraccaricare: il padellino valorizza stratificazioni semplici che lasciano respirare l’impasto.

La pizza al padellino è più digeribile? Che dice la scienza della lievitazione?

Sì, con maturazione lunga e poco lievito la pizza al padellino può risultare molto digeribile. La fermentazione controllata scompone parte degli amidi e sviluppa aromi puliti. Farine equilibrate e cottura accurata fanno il resto.

Il principio è quello della Fermentazione lenta: enzimi e microrganismi lavorano nel tempo, producendo gas regolari e un reticolo elastico ma non gommoso. Un’idratazione medio-alta aiuta la morbidezza, mentre il fondo ben asciutto evita umidità interna. Per chi cerca leggerezza, ottimo l’uso parziale di farina tipo 1 o un 10-15% di integrale ben setacciato.

Dove mangiare un’ottima pizza al padellino a Torino oggi?

La città offre padellini convincenti tra centro, Quadrilatero, San Salvario e Aurora. Le insegne storiche puntano sulla memoria, le nuove pizzerie su farine selezionate e topping di territorio. Il consiglio è provare sia le interpretazioni classiche sia quelle contemporanee per coglierne l’ampiezza.

Molti forni di quartiere sfornano padellini all’ora di pranzo, mentre le pizzerie dedicano cotture serali con tempi più distesi. Cercate sale che dichiarano blend di farine, maturazioni oltre le 18 ore e cotture su piastra o refrattaria: sono buoni indicatori di attenzione tecnica.

Perché sta conquistando anche i puristi della pizza?

Perché unisce rigore tecnico e identità locale senza scimmiottare altri stili. La crosta croccante e la mollica ariosa soddisfano i sensi, mentre la gestione dell’impasto convince chi ama la precisione. L’uso di ingredienti territoriali, spesso promossi da realtà come Slow Food, completa il quadro.

Il padellino parla il linguaggio della semplicità ben fatta: tempi giusti, calore corretto, olio misurato. È un formato che permette controllo e ripetibilità, e si presta a una narrazione contemporanea che premia stagionalità e filiere corte. Da panificatrice, lo riconosco come una palestra perfetta per capire davvero come lavora un impasto.

Domande rapide

  • Posso usare una teglia quadrata? Sì, ma il formato monoporzione rotondo garantisce cottura più uniforme.
  • Meglio olio extravergine o di semi? Extravergine per aroma, di semi alto oleico per croccantezza più neutra.
  • Si può fare senza glutine? Sì con mix specifici, aumentando l’idratazione e usando padellino ben unto.
  • Serve una pre-cottura? Facoltativa: aiuta fondo più croccante e gestione di topping umidi.
  • Qual è lo spessore ideale? Circa 2-2,5 cm da cotto, con bordo appena più alto.

La pizza al padellino resta, in definitiva, una tecnica più che una ricetta: un metodo che celebra precisione, materie prime e ritmo di città. Ed è proprio in questo equilibrio che trova la sua forza, promuovendo convivialità e attenzione all’origine degli ingredienti.

Letizia Cervini

Letizia ha imparato l'arte della panificazione dai vicini di casa in un piccolo borgo umbro. Da allora ama sperimentare pani e focacce con lieviti naturali. Si dedica alla riscoperta di ingredienti dimenticati e condivide le sue scoperte culinarie con lettori e amici, promuovendo degustazioni locali.